amico immaginario

L’amico immaginario è la prova evidente della capacità creativa e fantasiosa che posseggono i bambini e che, con l’età adulta, spesso si viene a perdere.

Idea comune è che essi inventino tali figure solo per compensare esperienze di mancanze. Si sentono soli forse perché non hanno fratelli o sorelle né amici con cui giocare, o magari perché i genitori non si prendono sufficientemente cura di loro. Non riuscendo a fare amicizia con gli altri, si ritrarrebbero in una dimensione che è, si immaginaria e fantasiosa, ma consolatoria e tranquillizzante allo stesso tempo. Tale definizione risulta non essere del tutto corretta in quanto diversi studi hanno dimostrato come invece la creazione dell’amico immaginario avviene anche in bambini che non hanno sperimentato vissuti di mancanze. Da ciò si può affermare che gli amici inventati sono tanto differenti, quanto lo sono i bambini che li creano e differiscono anche a seconda delle storie di ciascuno.

Ruoli e funzioni dell’amico immaginario

I ruoli e le funzioni che essi vengono ad avere, di conseguenza, differiscono di caso in caso, in rapporto alle situazioni e alle necessità che li hanno determinati. Per un certo periodo di tempo, questi personaggi accompagnano la crescita del bambino, crescendo e maturando anch’essi. Può accadere che un compagno immaginario, creato inizialmente per puro e semplice divertimento all’interno di una situazione di gioco simbolico o di un’evoluzione ulteriore del suo rapporto particolare con il proprio peluche preferito, assolva poi, man mano che il tempo passa, altre funzioni. Può diventare ad esempio fonte di consolazione e appoggio per sé nei momenti difficili o aiuto nel combattere le sue paure.

Altre volte, invece, può succedere il contrario, e cioè che l’amico, inventato in risposta ad un bisogno emotivo specifico, si riveli poi un compagno di giochi senza rivali, che, oltre ad aiutare, può anche divertire.

Possiamo dire che tale amico rappresenti per il bambino un altro da sé, che costruisce ogni giorno dandogli capacità e consentendogli di vivere nuove esperienze. Ogni bambino attribuisce a tale figura una propria personalità autonoma, capacità di agire e ragionare e oltretutto è a conoscenza che tale figura vive solo nella sua fantasia e che quindi non è reale.

L’amico immaginario può ricoprire due funzioni per il bambino
  • costruzione e consolidamento del sé.
  • ordine sociale che gli consente quindi di sviluppare capacità di relazione, socializzazione e negoziazione.

La caratteristica più importante dell’amico immaginario è che non tradisce mai. Gli si può raccontare tutto: non farà la spia, non spiffererà in giro le cose importanti e segrete come fanno di solito i fratelli. Non diventerà amico di altri. Perciò di lui i bambini sono parecchio gelosi, lo vivono come un segreto, pochi lo raccontano, i più lo tengono nascosto, non rivelandone l’identità a nessuno.

Essi rivestono un ruolo cruciale per lo sviluppo emozionale e cognitivo del bambino. Permette di sperimentare in un “palcoscenico” senza rischi le prime situazioni in cui si imbatterà iniziando a relazionarsi col mondo e con la società al di fuori del nucleo familiare.

Non esiste un momento preciso dell’infanzia nel quale questi personaggi della fantasia vengono inventati. Arrivano all’improvviso, rimangono con il piccolo per un tempo imprecisato e, un bel giorno, senza preavviso, se ne vanno.

Nonostante questo fenomeno sia comune e molto diffuso tra i bambini si sta verificando nelle nuove generazioni un processo inverso: a causa della televisione, che fornisce storie belle e pronte, l’esercizio della fantasia risulta essere in discesa. L’uso della fantasia è il modo più sano che un bambino possa usare, e che gli adulti spesso invece dimenticano di possedere, per affrontare le proprie ansie e i propri problemi.

Che questi ultimi siano piccoli, come nel caso di quei bambini che usano il proprio amico inventato per evitare la sgridata della mamma nel caso rompano qualcosa, o più gravi, come in quello di bambini che si servono del personaggio immaginario come fonte di conforto contro una realtà traumatica o come compensazione di un handicap, il meccanismo resta identico: il bambino usa la sua immaginazione, non per scappare dalla realtà, ma per riuscire ad affrontarla nel modo migliore.

“Nel gioco il bambino si fa presente a se stesso…non evade dalla realtà, ma cerca anzi una propria collocazione nella medesima”. 

 

Dott.ssa Denise Basile

Psicologa-Psicoterapeuta

APS Newid

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