La vita quotidiana di ciascuno di noi è costellata da una molteplicità di eventi: positivi (matrimonio, nascita di un figlio, compleanni, nuovo lavoro, amicizie, ecc), negativi (piccoli conflitti quotidiani, scontri in famiglia, delusioni, perdita del lavoro) fino ad arrivare a eventi che addirittura sconvolgono la vita di una persona minando il suo equilibrio interno preesistente (la perdita di una persona cara, un forte trauma, un incidente). Tali accadimenti mettono la persona nella condizione di farsi tanti interrogativi: “perché proprio a me?”, “che senso ha quello che mi è successo?”, “come faccio adesso senza…”. Anche se spesso la persona non riesce a dare una risposta ai suoi quesiti, e il suo dolore non riesce ad essere spiegato o elaborato del tutto, può accadere che tale condizione di sofferenza può trasformarsi in una forza, una nuova opportunità che muove il soggetto verso un nuovo equilibrio, spesso anche più funzionale del precedente. Tale forza, tale abilità è nota appunto come resilienza che, altro non è appunto, che la capacità di auto-ripararsi riuscendo a ricostruire in maniera positiva quel percorso di vita leso dall’evento traumatico.

Nonostante anche la letteratura scientifica abbia dimostrato come la resilienza sia un fenomeno ordinario nell’uomo e non straordinario, e quindi quanto l’uomo per natura sia portato a fronteggiare situazioni di criticità per sopravvivere, è anche importante sottolineare che, oltre a quelli che vengono definiti fattori di protezione che aiutano le persone ad affrontare le difficoltà, sono presenti anche dei fattori di rischio che non sempre consentono alle persone di poter essere resilienti dinanzi a questi cosiddetti eventi traumatici.  Tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, diminuendo la resilienza, gli autori Werner e Smith (1982) hanno individuato:

  • I fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura);
  • I fattori familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione);
  • I fattori di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).

Tra i fattori protettivi, invece, gli stessi autori ne sottolineano diversi: da un punto di vista individuale rientrano: avere un buon temperamento, sensibilità, autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia nelle proprie capacità e risorse interne ma anche la capacità di riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti dall’esterno. Oltre ai fattori individuali sono molto importanti anche i fattori protettivi familiari e sociali come ad esempio: l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, la qualità delle relazioni tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto di figure di riferimento affettivo.Per concludere, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono sviluppati prima e dopo l’evento traumatico. Essere resilienti vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni, non osservandoli più secondo un’ottica lineare di causa ed effetto, ma come un nuovo punto di partenza per creare nuove possibilità per se stessi.

Dott.ssa Denise Basile
Psicologa e Psicoterapeuta
APS Newid

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