DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

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Come si può aiutare una persona cara che soffre di disturbi alimentari?

Quando parliamo di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) ci riferiamo ad un insieme di forme molto differenti tra loro: dall’Anoressia Nervosa alla Bulimia, dall’Obesità al Binge Eating, dalla Bigoressia all’Ortoressia e così via. Ogni disturbo ha delle caratteristiche differente: dalla restrizione alimentare alle abbuffate, dal controllo alla perdita del controllo, dalla ricerca del muscolo alla ricerca di un corpo magro ecc.

Quando parliamo di sostegno, per tale motivo, è impossibile stilare delle linee guida che valgono per tutti, ma possiamo individuare degli elementi comuni. Nello specifico, quando ci riferiamo al ruolo che la famiglia e i cari possono avere, identifichiamo dei punti principali.

  • La prima cosa da tenere in considerazione è il significato del sintomo: non è mai un problema esclusivamente legato al cibo, ma nasconde una difficoltà molto più profonda.
  • Non sottovalutare mai il malessere che la persona sta vivendo.
  • Evitare commenti diretti sul corpo o forti pressioni legate al cibo e all’alimentazione.
  • Mostrare interesse, vicinanza e supporto.
  • Offrire alla persona con DCA la possibilità di fare un percorso di psicoterapia individuale e/o familiare; mettersi in gioco, considerarsi parte del “problema” che la persona cara vive, lo alleggerisce e lo fa sentire supportato. Inoltre, spesso la persona non percepisce la situazione come problematica, quindi, non accede da sola alla psicoterapia.

La psicoterapia sistemica porta avanti una lettura dei DCA sempre connessa alle relazioni sociali e familiari che il soggetto vive, al modo in cui il soggetto percepisce sé stesso nei rapporti significativi della sua infanzia e adolescenza. Il soggetto che presenta DCA è, semplicemente, identificato come portatore di un sintomo all’interno di un sistema più complesso. Importante, quindi, è osservare e valutare le relazioni che intercorrono nella famiglia, la prospettiva trigenerazionale, le relazioni a tre all’interno della famiglia e i miti che percorrono le famiglie con DCA.

Come teorizzato da Bateson uno dei principi cardine dell’approccio sistemico-relazionale è quello di “soggetto contestuale”, cioè un individuo esiste ed è osservabile solo all’interno dei contesti relazionali di cui è parte, primo fra tutti, ma non unico, la famiglia. Quindi i vissuti, le emozioni e i comportamenti del singolo hanno un significato soltanto se inseriti nelle relazioni cui egli appartiene. In quest’ottica, dunque, il digiuno o l’incontrollabile abbuffata sono comportamenti, atti comunicativi che rivelano un disagio non solo di chi li esprime, ma anche e soprattutto del contesto relazionale cui appartiene il portatore del problema.

In questo articolo ho parlato di famiglia ma, esistono numerosi altri contesti di riferimento, come la scuola, il gruppo dei pari, la squadra di pallavolo, ecc; questi verranno sicuramente presi in considerazione dal terapeuta nel caso in cui siano implicati nel problema. È necessario, quindi, allargare il campo di osservazione per meglio comprendere i comportamenti che la persona con DCA manifesta.